Siamo tutti gatti neri

di STEFANIA PIAZZO – Colpa loro. Colpa di chi? Sono troppi. Costano. Colpa degli animali, sono randagi quindi sono colpevoli ancora di più. Sottraggono i soldi dei Comuni ai servizi sociali. Quante volte abbiamo sentito i nostri sindaci dire che non hanno denaro per i canili, per sterilizzare, per fare i cartelli per avvisare che sono stati avvelenati cani e gatti? Colpa loro. Colpa della presenza degli animali. E allora vai con le ordinanze affama randagi, o con la delibera di sparare a vista ai randagi pericolosi prima della processione. Sono fatti veri. Potrebbe anche essere il libro dell’Italia che accelera o cambia via per non farsi attraversare la strada dal gatto nero. Che è sempre colpevole di qualcosa.

Per il solo fatto di esistere, diventano capro espiatorio, i gatti, come gli altri animali, del pregiudizio o del potere di turno che vuole scaricare la propria inettitudine “scaricando” le proprie responsabilità su cani e gatti che non sanno gestire come risorsa. Tanto che è stato scritto un libro straordinario sul potere e gli animali. Proprio così. E’ “L’ultimo gatto nero”, di Evghenios Trivizàs, un greco che di cattivi governi ne ha visti passare e ne sa abbastanza. Perché ci insegna qualcosa? Perché, parafrasando Boris Pasternak, verrà il tempo in cui cantare le farfalle (e i gatti, ndr) sarà inteso come un atto rivoluzionario nei confronti di un Potere, per sua natura grigio e ottuso.

Il libro è l’allegoria di come il potere, attraverso la persuasione e l’arte della dissimulazione, ci porti a compiere atti disumani, scaricando sugli animali il rito abbreviato della storia, in un processo falsato. Infatti nell’isola al centro del racconto opera una setta malvagia e semisegreta, che ha come obiettivo l’eliminazione di tutti i gatti neri, considerati la fonte di ogni male, di tutti i guai. Vanno eliminati. Ma come?

Dietro superstizione e pregiudizio, come prevedibile, si nasconde una tresca di potere… Guglielmo La Gobba, che è appunto il capo della Confraternita dei superstiziosi, propone al governo di avere fondi contro la iella. Ma, come si sa, di soldi non ce ne sono… Anzi. L’isola è in caduta libera: disoccupati, povertà, crimini, scioperi, rivolte di piazza, la borsa che crolla, la moneta che si svaluta… Figuriamoci se ci sono soldi contro la sfortuna. A questo punto il capo dei superstiziosi presenta ai potenti lo zuccherino: non dite – spiega loro – che è colpa vostra. “Se però la gente non attribuisse i problemi del Paese alla vostra cattiva gestione? Se non criticasse il vostro governo per i fallimenti della politica economica, sociale e finanziaria? Se gli elettori si convincessero che la colpa di tutto quello che non va nel Paese non è vostra, ma di qualcun altro?”. Chiaro, no?
Ed ecco che, come in tutti i tempi bui che si rispettino, arriva il ministero della Distrazione, quello che serve a distrarre i cittadini con i “distrattori”, in questo caso la Confraternita dei Superstiziosi che allarga il proprio sodalizio alla Società della Legalità.

I dirigenti delle due organizzazioni riescono a fare breccia nel governo che teme di perdere le elezioni, e grazie al ministro dell’Ordine Pubblico, per distrarre i cittadini dai problemi irrisolti, mettono sul piatto d’argento il capro espiatorio: il gatto nero. Il meccanismo è semplice: il ministero dell’Economia vara al più presto la legge che tassa i cittadini che non denunceranno il possesso di un gatto nero.

Superstiziosi e dirigenti della Legalità vedono il loro progetto prendere piede. Inizia la caccia al gatto, grazie ad un sistema di governo fragile e corrotto, che non esita a destinare il più debole sull’altare del sacrificio pur di recuperare consenso: far entrare più soldi nelle casse dello stato, attraverso i soldi sottratti a chi ha animali, o catturandoli per estirpare la ragione dei mali dell’isola. Sorprendente fotografia dei tempi moderni.

La storia, narrata in prima persona dal gatto protagonista principale del racconto, è uno spaccato di amore e disperazione, di ricerca della solidarietà tra i gatti di altri colori non braccati, che si limitano a esprimere la solidarietà perché, tanto, la persecuzione del gatto fuori dal coro non li riguardava. Bastava salvare se stessi.

Poi, quando meno te l’aspetti, la salvezza è antispecista! Arrivano un topolino e un picchio a smascherare il sordido piano della Confraternita e della Società Legalità, l’isola è occupata dai ratti e tutto cambia prospettiva! La stampa smaschera il disegno criminale, altrimenti nessuno avrebbe potuto raccontare quella persecuzione. E l’ultimo gatto nero, il protagonista del libro, afferma: “In fondo al cuore, però, so che qui nella nostra isola, come altrove, i gatti dimenticano, gli uomini dimenticano, e non occorre molto perché la pazzia divampi di nuovo e, maledizione, ricominci tutto da capo”.

Anche noi, dunque, siamo gatti neri. Anzi, siamo noi i gatti neri. E’ la condizione umana da sempre viva nella fantasia, più reale del vero, già capolavoro in Fedro, Esopo, La Fontaine o in Orwell. E’ il mondo degli animali quello in cui, alla fine, ci dobbiamo rispecchiare per ritrovare noi stessi, in allegoria o in simboli eternamente rinnovabili, perché è la lotta tra il bene e il male. Vita e morte sempre inseparabili.

Ed è la rappresentazione di come possa l’arma del potere e della comunicazione distorta agire attraverso la menzogna per eliminare il corpo estraneo dalla società, e normalizzare nella giustizia sommaria, la propria inefficienza umana.

Colpa loro. Colpa di chi? Ma di una certa stampa, perbacco.
E allora vai con sistemi più stringenti di controllo… Questo potrebbe anche essere il libro dell’Italia che non esce di casa ma anche di quella che farebbe di tutto per non farsi attraversare la strada dal gatto nero. Che è sempre colpevole di qualcosa. E il gatto nero, ovviamente, è una metafora.

Per il solo fatto di esistere, diventano capro espiatorio, i gatti, come gli altri animali, del pregiudizio o del potere di turno che vuole scaricare la propria inettitudine “scaricando” le proprie responsabilità su cani e gatti che non sanno gestire come risorsa. Tanto che è stato scritto un libro straordinario sul potere e gli animali. Proprio così. E’ “L’ultimo gatto nero”, di Evghenios Trivizàs, un greco che di cattivi governi ne ha visti passare e ne sa abbastanza. Perché ci insegna qualcosa? Perché, parafrasando Boris Pasternak, verrà il tempo in cui cantare le farfalle (e i gatti, ndr) sarà inteso come un atto rivoluzionario nei confronti di un Potere, per sua natura grigio e ottuso.

Il libro è l’allegoria di come il potere, attraverso la persuasione e l’arte della dissimulazione, ci porti a compiere atti disumani, scaricando sugli animali il rito abbreviato della storia, in un processo falsato. Infatti nell’isola al centro del racconto opera una setta malvagia e semisegreta, che ha come obiettivo l’eliminazione di tutti i gatti neri, considerati la fonte di ogni male, di tutti i guai. Vanno eliminati. Ma come?

Dietro superstizione e pregiudizio, come prevedibile, si nasconde una tresca di potere… Guglielmo La Gobba, che è appunto il capo della Confraternita dei superstiziosi, propone al governo di avere fondi contro la iella. Ma, come si sa, di soldi non ce ne sono… Anzi. L’isola è in caduta libera: disoccupati, povertà, crimini, scioperi, rivolte di piazza, la borsa che crolla, la moneta che si svaluta… Figuriamoci se ci sono soldi contro la sfortuna. A questo punto il capo dei superstiziosi presenta ai potenti lo zuccherino: non dite – spiega loro – che è colpa vostra. “Se però la gente non attribuisse i problemi del Paese alla vostra cattiva gestione? Se non criticasse il vostro governo per i fallimenti della politica economica, sociale e finanziaria? Se gli elettori si convincessero che la colpa di tutto quello che non va nel Paese non è vostra, ma di qualcun altro?”. Chiaro, no?

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