Cani ancora a catena nell’Italia che brucia. Ordinanza temporanea della Toscana, poi verso il divieto totale

È stato pubblicato il secondo rapporto che fotografa la geografia che indica dove tenere i cani a catena è legale. E dove, per fortuna, non più. Già parlare di fortuna è imperfetto e impreciso. Potremmo osare dire che vi sono Regioni in cui il benessere ha più cittadinanza che altrove e dove le frontiere del rispetto e della civiltà sono diverse rispetto ad altre frontiere dove il concetto di rispetto e civiltà assume caratteri legislativi opposti. Contrari. O, addirittura, dove non c’è né divieto né diritto. Semplicemente c’è un vuoto legislativo che non si sente necessità di definire, colmare. I cani, si sa, sono comunque cose per l’ordinamento italiano.

Dunque? Dunque, è un’Italia divisa e a diverse velocità, in cui vi sono regioni che vietano, altre che ignorano, altre che derogano, altre, come la Toscana, che emette una ordinanza per sospendere la catena ma solo fino al 30 settembre, per evitare che in questa stagione di incendi, i cani muoiano bruciati, soffocati, senza il diritto di salvarsi.

Poi, il giorno dopo l’ordinanza, la bellissima decisione del governatore. “Alla ripresa delle attività, a settembre, porterò in giunta la proposta” per “rendere permanente” il divieto, ha detto Eugenio Giani, parlando alla stampa. Attualmente in Toscana, in base alla legge regionale del 2009, la detenzione alla catena è consentita solo in via eccezionale, e per non più di sei ore giornaliere. L’ordinanza, ha spiegato il presidente della Regione, “ha avuto un grande successo e un grande riscontro con email, messaggi tutti favorevoli, non solo da parte di associazioni animaliste. Si è capito il buonsenso della proposta, e quindi impedire di tenere vincolati per ore i cani con delle catene o dei lucchetti, per questa fase transitoria di pericolo di incendi, mi spinge a dire che probabilmente è giusto rendere permanente questo divieto”. Che si spera sia copiato da altri governatori.

Dove abita la civiltà? Dove il benessere? Il secondo rapporto offre spunti per riflettere e agire. Sulle coscienze, su chi amministra, su chi ancora non sa o non comprende. 

Realizzato dalla Fondazione CAVE CANEM, Green Impact, Animal Law Italia e Save The dogs, il rapporto (già il secondo) cammina in parallelo all’appello che a inizio del luglio scorso le associazioni avevano inviato in particolare alle regioni maggiormente a rischio incendi (Sardegna, Basilicata, Sicilia e Calabria. Poi, come si è visto, la Toscana non è stata esclusa dai roghi. Così come altre regioni.

E’ paradossale che mentre molte zone turistiche si propongono come pet friendly, con spiagge libere per cani, strutture che li accolgono, dall’altra, appena superata la soglia del turismo felice, nelle campagne la musica possa cambiare. Si entra in un’altra era, in un altro mondo. Leggi che consentono la libertà a zone, a seconda di chi porta il cane. Turista, agricoltore, cacciatore, pastore, semplice proprietario. E se legassimo in spiaggia un cane a catena, cosa direbbero i turisti? Varrebbe la pena provare, forse?

Qui si trova il secondo report: https://www.freedomfordogs.org/

Nei mesi scorsi aveva avuto successo la campagna firme che interpellava gli amministratori proprio su questa spinosa materia. “Oggi – ribadiscono sul sito della Fondazione Cave Canem – chiediamo l’armonizzazione delle leggi regionali (17 normative diverse su 20 regioni) e interventi urgenti per le aree a maggior rischio (Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia)”. 

Scrive ancora la Fondazione: “Il cane è ritenuto il “migliore amico dell’uomo” ma spesso è costretto a condurre una vita misera, legato a una catena per lunghi periodi di tempo o per sempre. Questa pratica è incompatibile con le esigenze essenziali, etologiche e comportamentali, dei cani e ne compromette gravemente il loro benessere, ma tenere il cane alla catena è ancora possibile in alcune regioni italiane”.

E l’ordinanza della Regione Toscana? Scrive che “la mancata osservanza degli obblighi, sanciti dall’ordinanza, fatto salvo aspetti di rilevanza penale per maltrattamento di animali (come previsto dagli articoli 544 bis e ter del Codice penale), comporta l’applicazione di sanzioni amministrative (articolo 40 della legge regionale 59 del 2009)”.  Si va da 50 a 900 euro.  

ll rapporto 2022

“Come emerge da questa seconda edizione del rapporto, che abbiamo elaborato sulla scia di quello dello scorso anno, sono ancora numerose le Regioni in cui è necessario intervenire. Abbiamo definito un piano di azione con le misure necessarie per ottenere entro il 2026 l’emanazione di normative regionali efficaci in tutta Italia, in linea con il benessere, la salute e i bisogni etologici degli animali. Sono ancora molte le Regioni che presentano una legislazione inefficace o incompleta come ad esempio la Sardegna, e altre come la Sicilia ancora prive di una legislazione in materia, con un vuoto normativo da colmare”, commenta Gaia Angelini, Presidente di Green Impact.

Nonostante ci sia ancora molto da fare, ci sono stati anche sviluppi positivi. La Campania ha integrato la sanzione mancante nella Legge Regionale (maggio 2021), il Lazio ha modificato radicalmente la legge introducendo un chiaro divieto di detenzione dei cani a catena (agosto 2021). Inoltre, il divieto è in via di adozione nella Provincia di Trento e ancora in fase di discussione in Piemonte. 

 “In Italia esistono 17 normative su 20 enti territoriali”, ribadisce Alessandro Ricciuti Presidente di Animal Law Italia. “È fondamentale armonizzare la legislazione italiana e far sì che le regioni esemplari, dotate di una legislazione più avanzata, vengano prese a modello da quelle in ritardo nell’approvare una normativa al passo con i tempi”.

Già, ma in quanto tempo?

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