Portoghese: Dal caso Oscar all’Elba all’One Health. Salute per tutti ancora miraggio

di Filippo Portoghese – Prima di tutto il fatto. Oscar, questo è il nome del cane, muore sul traghetto per Piombino. Viene riferito che all’Isola d’Elba, dove vive il suo compagno umano, non avrebbe trovato un veterinario disponibile la sera in cui non è stato bene. Inevitabile il viaggio, inutile, verso la terraferma. Era il 23 aprile scorso.

Come è possibile non trovare strutture veterinarie aperte h 24 in un paese, l’Italia, che rivendica un grande amore verso gli animali tanto da avere finanche osato modificare uno dei principi costituzionali -l’articolo 9- mai modificati prima di oggi? Dopo le 20 è augurabile che gli amici animali non stiano male?

Chiaramente si tratta di una iperbole ma in medicina veterinaria, come in medicina umana, il territorio può fare la differenza e le isole, grandi o piccine che siano, la fanno certamente quella differenza. In medicina umana la inadeguata realtà dei pronto soccorso è all’origine di una recente interrogazione parlamentare. Sotto accusa il numero insufficiente di personale medico e infermieristico come anche la formazione del personale che lavora in un p.s.. Al netto di tanto noi umani siamo abituati ad una prestazione sanitaria pubblica erogata in tempi moderatamente lunghi ma con costi calmierati. Diversamente ci rivolgiamo al privato, spendendo tanto. In medicina veterinaria il problema è diverso. I p.s. sono pochi, non conosciuti, e nelle ore notturne il rischio è che accada quello che è accaduto a Oscar.

Proviamo a capire perché.

La realtà della medicina veterinaria è ben lontana dalla antica pubblicità dell’amaro Montenegro invisa, se ben ricordo, agli stessi veterinari che ne chiesero l’interruzione perché ritenuta, già allora, pericolosamente fuorviante.

In medicina veterinaria non esiste un servizio sanitario veterinario mutualistico per gli animali e forse mai esisterà. La cura dei piccoli animali è interamente a carico dei proprietari. Esistono le assicurazioni private ma queste non possono sostituire un servizio sanitario per tutti.

E’ l’ospedale veterinario l’unica struttura (veterinaria) che ha l’obbligo di assicurare il servizio di pronto soccorso 24 ore su 24 e la presenza di almeno un medico veterinario 24 ore su 24. Per le cliniche veterinarie tale presenza non è obbligatoria nelle ore notturne se non vi sono degenti ricoverati. Studi e ambulatori veterinari non hanno l’obbligo della presenza di almeno un medico veterinario 24 ore su 24.

Gli ospedali veterinari sono principalmente strutture pubbliche (universitarie), “miste” o interamente private dove la cura dei piccoli animali è solo una parte della loro attività e funzione. Le aziende sanitarie locali (ASL) competenti per territorio non sono in grado di erogare un servizio minimamente paragonabile a quello degli ospedali o delle cliniche, oggi queste sempre più appetibili da importanti company.

Le prestazioni veterinarie per essere all’altezza di quella che deve essere una buona sanità animale hanno costi più che rilevanti, giustificati dagli investimenti che la struttura veterinaria (in particolare le cliniche) deve necessariamente affrontare per offrire i servizi che per legge deve garantire. Mantenere aperto un pronto soccorso è un investimento economico e organizzativo importante. E’ stato stimato che una sua esistenza deve essere giustificata da un bacino di utenza non inferiore ad almeno 500 mila abitanti. Diversamente i costi non ne permetterebbero la sopravvivenza. Ciò detto, è accaduto che in tante realtà i veterinari si siano volontariamente e autonomamente organizzati per apprestare una reperibilità notturna e festiva, su base turnaria. Ma è evidente che queste apprezzabili iniziative non possono assicurare sempre la risoluzione dei problemi che si presentano.

Nonostante tutto quanto premesso si parla tanto di one ealth intendendo che la salute umana dipende dalla salute dell’ambiente e da quella degli animali che, mi spiega Alberto Casartelli, veterinario di lunga esperienza e caro amico, dovrebbero essere curati tutti, e allo stesso modo. Questo il significato meno conosciuto di one ealth. E invece?

Ecco il punto. Invece.

Mancano campagne di informazione relativa alla salute di cani e gatti che, nonostante imbarazzanti quanto antipatiche e irriverenti reprimende da parte di “qualcuno”, per molte persone – e tra questi gli anziani -possono rappresentare una insostituibile ragione di conforto.

Mancano informazioni sulla distribuzione sul territorio delle strutture private perché è ritento disdicevole fare pubblicità alle stesse dimenticando però che queste sono tutte private avendo, come detto, la sanità pubblica delegato la cura dei piccoli animali alle strutture non pubbliche.

Il randagismo non è mai stato definitivamente sconfitto (forse delimitato) alimentando questa sua sopravvivenza filoni paralleli alquanto discutibili (come le staffette). Lo stato non ha mai attuato una seria politica di defiscalizzazione in favore dei beni e prestazioni riferibili agli animali. L’iva continua ad essere al 22% sulle prestazioni e sui costi di natura veterinaria, comprese sterilizzazione e microcippatura. Il cosiddetto uso in deroga del farmaco umano da eccezione si è trasformato in regola poiché il veterinario può sempre sostituire al farmaco veterinario un farmaco ad uso umano avente lo stesso principio attivo ma un costo inferiore a quello ad uso veterinario.

Tale opzione (il famoso decreto Speranza) ha realmente determinato un apprezzabile risparmio per le famiglie (e per le stesse istituzioni territoriali)? Temo che sia stata politicamente scelta la promessa di potere utilizzare farmaci meno costosi ignorando il “prezzo” di questa auspicata riduzione di costi in termini di altri costi che lo stato impegna per tutelare la salute pubblica, combattere la antibiotico-resistenza e fare farmacosorveglianza. Il pericolo di incentivare la pratica dell’automedicazione, già diffusa, è molto alto.

E dunque? Possiamo davvero affermare che il nostro stato e il nostro ordinamento stiano, pur lentamente, evolvendo verso una considerazione più ampia degli animali? Lo scrivo ormai da tanto e continuo a scriverlo: attenzione ai falsi positivi di questa sensibilità. Alla quale in ogni caso lo Stato volta le spalle adottando, con la mano destra, provvedimenti manifesto che inducono all’elogio, e con la mano sinistra, cancella quegli stessi provvedimenti approfittando del consenso prodotto con l’altra mano.

Concludo con una personale riflessione che potrà non essere condivisa dai più. Convivere per un tratto della nostra vita con un animale è meraviglioso ma non è prescritto da alcuna parte. Si tratta di una scelta di vita che presuppone matura consapevolezza. Che prenda in considerazione che quell’animale si ammalerà, avrà bisogno di cure, costose. Che potrà cambiare le nostre abitudini. Che non ha una scadenza, come invece il latte. Una consapevolezza che consideri l’eventualità di compiere sacrifici. Altrimenti sarà troppo facile scaricare la responsabilità di quella scelta su altri. E questo servirà davvero a poco.

Filippo Portoghese è avvocato civilista, esperto in diritto e tutela degli animali, diritto veterinario, membro della commissione diritti degli esseri animali dell’Ordine degli avvocati di Milano, referente per la Regione Lombardia dell’Associazione Earth. Dal 2018 è portavoce dell’associazione Animal Law, collabora con Gaia Lex.

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