Il ben-essere passa dalla mente: necessità etologiche

Immagine che contiene mammifero, inpiedi, cavallo

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Pelo lucente e tosato, protezioni per gli arti, un bello spazio tutto per sé, al calduccio e con una bella finestra sul mondo esterno, magari con un piccolo paddock per il libero movimento: tutte le necessità primarie sembrano soddisfatte, il cavallo non deve lottare per la sopravvivenza o cercarsi da mangiare e un riparo, sembra tutelato in tutto… ma è vero benessere

In realtà, la possibilità di soddisfare i bisogni mentali è importante tanto quanto la soddisfazione delle necessità fisiologiche. Queste ultime riguardano prettamente il corpo: idratarsi, termoregolare, nutrirsi, avere accesso a cure, per esempio; fino allo scorso decennio si riteneva che fossero ben più importanti di tutte le altre necessità mentali, sia nell’uomo che in altri animali. Per sottolineare questo aspetto, nel 1954 lo psicologo Abraham Maslow le ha sintetizzate in una piramide, avente alla base i bisogni fisiologici, seguiti da quelli di sicurezza e di appartenenza. Alla cima della piramide si arriva alle necessità più immateriali, come la stima di sè, il senso di appartenenza al gruppo e via così. Secondo Maslow, per poter percepire il bisogno di appartenenza ad un gruppo bisogna prima sentirsi appagati fisicamente ed al sicuro, quindi le necessità vanno soddisfatte in modo progressivo, in ordine di importanza. 

Ma le cose non stanno proprio così. La gerarchia di Maslow è solo un modo per semplificare una realtà che diventerebbe così molto più gestibile: basta soddisfare i bisogni fisiologici e tutto il resto diventa un “optional”. La realtà è molto più complessa e ci insegna che nessuna delle necessità fisiologiche può essere soddisfatta senza una adeguata connessione sociale (Nelson e Panksepp 1998): non per niente la maggior parte dei mammiferi sono specie sociali, proprio perché il supporto sociale permette di essere protetti, di allevare meglio la prole, di mangiare sapendo che qualcuno nel gruppo fa da sentinella e via così. Roberto Marchesini, filosofo ed etologo italiano di fama mondiale, ha ridisegnato la piramide in forma di torta proprio per sottolineare questa simile importanza fra i vari tipi di necessità. A sostegno di questa ipotesi, uno studio sui cavalli ci dimostra che un cavallo dolorante a cui venga allontanato un compagno investe tutte le sue energie per ritrovare il compagno piuttosto che per diminuire il dolore (Reid et al. 2017).

Per distinguerle da quelle fisiologiche, la scienza parla dunque di “necessità etologiche”, quelle necessità comportamentali che devono essere garantite per poter dire che un individuo vive una vita di benessere, indipendentemente dal fatto che quelle fisiologiche siano state soddisfatte (VanDierendonck & Spruijt 2012, Sprujit et al. 2001). Le necessità etologiche sono vere e proprie dipendenze, mediate da oppioidi endogeni, e se non sono soddisfatte provocano un aumento del cortisolo e dello stress in generale, tanto che appena viene data la possibilità di metterle in atto dopo molto tempo, vengono eseguite fin troppo: si chiama “effetto di recupero post-inibitorio”. Lo vedete per esempio quando un cavallo si rotola appena aprite il pascolo, se prima si trovava da troppo tempo in una zona fangosa.

Quali sono quindi le necessità etologiche dei cavalli? La scienza ne ha identificate tre. Prima di tutte la è possibilità di farsi grooming reciprocamente, ovvero di mordicchiarsi reciprocamente il corpo (garrese, base della criniera e fianchi soprattutto). Per poterlo fare serenamente i corpi devono essere a contatto, non basta raggiungersi il collo attraverso una staccionata, che è un po’ come abbracciarsi dal finestrino della macchina: bello, ma per un vero abbraccio bisogna scendere. Il grooming è reso indispensabile dalla Natura perché è un modo ottimale di abbassare lo stress e di creare legami, che mantengono unito il gruppo e quindi facilitano la sopravvivenza.

La seconda necessità etologica è la possibilità di giocare: non importa che riteniate il vostro cavallo tipo da farlo davvero, è la possibilità che conta in termini di benessere mentale. Bisogna avere i compagni giusti, quindi un puledro non dovrebbe vivere con solo con un cavallo anziano ma anchecon qualcuno che sia entusiasta come lui di farsi corse sfrenate o fingere di lottare. La natura ha reso il gioco una dipendenza perché contribuisce a sviluppare moltissime abilità cognitive, come magari descriveremo in un articolo apposito, come la capacità di leggere la comunicazione fine, di simulazione, di improvvisazione… 

La terza necessità etologica è quella di poter difendere i propri affetti. Schenider e Krueger (2012) hanno identificato la possibilità di intervenire nella difesa dei legami come una ulteriore necessità etologica. In particolare, hanno visto come fosse importante per un cavallo intervenire quando il proprio compagno veniva groomato da un altro, allontanando l’intruso: secondo i ricercatori questi interventi producono una cascata di endorfine, forse perché aumentano la percezione di autoefficacia dell’individuo, oltre ad aumentare il suo senso di sicurezza. Si potrebbe anche dire che quando due cavalli vengono divisi per motivi di gestione, il dolore che provano può derivare non solo dalla perdita del compagno in sé, ma anche dal senso di impotenza per non essere potuti intervenire. Che i cavalli sperimentino queste emozioni ce lo conferma Carol Hall in un bellissimo articolo del 2013.   

Giocare, farsi grooming reciprocamente e difendere i propri affetti sono 3 necessità etologiche che dovrebbero essere garantite a tutti i cavalli per poter essere certi che vivano una condizione di benessere nella mente e non solo nel corpo. Avete notato che tutte le necessità etologiche implicano la presenza di un gruppo sociale? Un cavallo che vive isolato (in box o in paddock) non può giocare, non può groomare nessuno né può stabilire affetti da difendere. Vivere solo in due, per quanto sia già una decisiva svolta in termini di benessere da una vita solitaria, non è ideale, perché non è detto che questi cavalli si trovino reciprocamente stimolanti al punto da mettere in atto questi comportamenti. 

di Rachele Malavasi, divulgatrice scientifica su comportamento del cavallo e gestione del suo benessere

Pelo lucente e tosato, protezioni per gli arti, un bello spazio tutto per sé, al calduccio e con una bella finestra sul mondo esterno, magari con un piccolo paddock per il libero movimento: tutte le necessità primarie sembrano soddisfatte, il cavallo non deve lottare per la sopravvivenza o cercarsi da mangiare e un riparo, sembra tutelato in tutto… ma è vero benessere

In realtà, la possibilità di soddisfare i bisogni mentali è importante tanto quanto la soddisfazione delle necessità fisiologiche. Queste ultime riguardano prettamente il corpo: idratarsi, termoregolare, nutrirsi, avere accesso a cure, per esempio; fino allo scorso decennio si riteneva che fossero ben più importanti di tutte le altre necessità mentali, sia nell’uomo che in altri animali. Per sottolineare questo aspetto, nel 1954 lo psicologo Abraham Maslow le ha sintetizzate in una piramide, avente alla base i bisogni fisiologici, seguiti da quelli di sicurezza e di appartenenza. Alla cima della piramide si arriva alle necessità più immateriali, come la stima di sè, il senso di appartenenza al gruppo e via così. Secondo Maslow, per poter percepire il bisogno di appartenenza ad un gruppo bisogna prima sentirsi appagati fisicamente ed al sicuro, quindi le necessità vanno soddisfatte in modo progressivo, in ordine di importanza. 

Ma le cose non stanno proprio così. La gerarchia di Maslow è solo un modo per semplificare una realtà che diventerebbe così molto più gestibile: basta soddisfare i bisogni fisiologici e tutto il resto diventa un “optional”. La realtà è molto più complessa e ci insegna che nessuna delle necessità fisiologiche può essere soddisfatta senza una adeguata connessione sociale (Nelson e Panksepp 1998): non per niente la maggior parte dei mammiferi sono specie sociali, proprio perché il supporto sociale permette di essere protetti, di allevare meglio la prole, di mangiare sapendo che qualcuno nel gruppo fa da sentinella e via così. Roberto Marchesini, filosofo ed etologo italiano di fama mondiale, ha ridisegnato la piramide in forma di torta proprio per sottolineare questa simile importanza fra i vari tipi di necessità. A sostegno di questa ipotesi, uno studio sui cavalli ci dimostra che un cavallo dolorante a cui venga allontanato un compagno investe tutte le sue energie per ritrovare il compagno piuttosto che per diminuire il dolore (Reid et al. 2017).

Per distinguerle da quelle fisiologiche, la scienza parla dunque di “necessità etologiche”, quelle necessità comportamentali che devono essere garantite per poter dire che un individuo vive una vita di benessere, indipendentemente dal fatto che quelle fisiologiche siano state soddisfatte (VanDierendonck & Spruijt 2012, Sprujit et al. 2001). Le necessità etologiche sono vere e proprie dipendenze, mediate da oppioidi endogeni, e se non sono soddisfatte provocano un aumento del cortisolo e dello stress in generale, tanto che appena viene data la possibilità di metterle in atto dopo molto tempo, vengono eseguite fin troppo: si chiama “effetto di recupero post-inibitorio”. Lo vedete per esempio quando un cavallo si rotola appena aprite il pascolo, se prima si trovava da troppo tempo in una zona fangosa.

Quali sono quindi le necessità etologiche dei cavalli? La scienza ne ha identificate tre. Prima di tutte la è possibilità di farsi grooming reciprocamente, ovvero di mordicchiarsi reciprocamente il corpo (garrese, base della criniera e fianchi soprattutto). Per poterlo fare serenamente i corpi devono essere a contatto, non basta raggiungersi il collo attraverso una staccionata, che è un po’ come abbracciarsi dal finestrino della macchina: bello, ma per un vero abbraccio bisogna scendere. Il grooming è reso indispensabile dalla Natura perché è un modo ottimale di abbassare lo stress e di creare legami, che mantengono unito il gruppo e quindi facilitano la sopravvivenza.

La seconda necessità etologica è la possibilità di giocare: non importa che riteniate il vostro cavallo tipo da farlo davvero, è la possibilità che conta in termini di benessere mentale. Bisogna avere i compagni giusti, quindi un puledro non dovrebbe vivere con solo con un cavallo anziano ma anchecon qualcuno che sia entusiasta come lui di farsi corse sfrenate o fingere di lottare. La natura ha reso il gioco una dipendenza perché contribuisce a sviluppare moltissime abilità cognitive, come magari descriveremo in un articolo apposito, come la capacità di leggere la comunicazione fine, di simulazione, di improvvisazione… 

La terza necessità etologica è quella di poter difendere i propri affetti. Schenider e Krueger (2012) hanno identificato la possibilità di intervenire nella difesa dei legami come una ulteriore necessità etologica. In particolare, hanno visto come fosse importante per un cavallo intervenire quando il proprio compagno veniva groomato da un altro, allontanando l’intruso: secondo i ricercatori questi interventi producono una cascata di endorfine, forse perché aumentano la percezione di autoefficacia dell’individuo, oltre ad aumentare il suo senso di sicurezza. Si potrebbe anche dire che quando due cavalli vengono divisi per motivi di gestione, il dolore che provano può derivare non solo dalla perdita del compagno in sé, ma anche dal senso di impotenza per non essere potuti intervenire. Che i cavalli sperimentino queste emozioni ce lo conferma Carol Hall in un bellissimo articolo del 2013.   

Giocare, farsi grooming reciprocamente e difendere i propri affetti sono 3 necessità etologiche che dovrebbero essere garantite a tutti i cavalli per poter essere certi che vivano una condizione di benessere nella mente e non solo nel corpo. Avete notato che tutte le necessità etologiche implicano la presenza di un gruppo sociale? Un cavallo che vive isolato (in box o in paddock) non può giocare, non può groomare nessuno né può stabilire affetti da difendere. Vivere solo in due, per quanto sia già una decisiva svolta in termini di benessere da una vita solitaria, non è ideale, perché non è detto che questi cavalli si trovino reciprocamente stimolanti al punto da mettere in atto questi comportamenti. 

di Rachele Malavasi, divulgatrice scientifica su comportamento del cavallo e gestione del suo benessere

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